(di Luisa Stifani) –

La democrazia nel nostro paese non esprime affatto la volontà popolare. Tra il popolo e la classe politica esiste un totale “scollamento”, cioè come se la tomaia e la suola non fossero unite nella stessa scarpa. Gli accadimenti attuali, sociali e politici evolvono per qualità e quantità secondo una curva esponenziale e ciò inficia ogni criterio di ragionevolezza finquì forse accettabile in fatto di durata delega politica.

Tralasciando la considerazione che per certe gravi problematiche non c’è più delega che tenga.
Insomma la responsabilità del popolo non può continuare a stazionare nella palude delle parole ma essere un fatto come un preciso nesso di casualità, caso per caso, tra scelte e problemi e il consenso popolare non può essere ipotecato per anni così come lo è stato fino ad ora.

Una delle piaghe, la peggiore, della nostra società è l’asservimento della popolazione alla classe politica. Ciò spiega anche perché, per intenti qualche volta encomiabili, ma più spesso esecrabili, l’unica carriera appetibile appaia oggi quella politica o para-politica.

Gli intenti encomiabili sono quelli dei cittadini che non se la sentono di affidare il proprio destino soltanto ad un voto e sentendosene inoltre, la vocazione, scelgono di scendere nell’agone politico; quelli esecrabili sono propri dei cittadini ai quali non importa assolutamente nulla della politica e dei problemi morali che essa dovrebbe comportare ma non di meno la coltivano fanaticamente perché hanno dedotto che il lucro o la potenza o la loro personale importanza non si realizza fuori di essa.

Il problema, ancora oggi purtroppo del tutto teorico, di una effettiva partecipazione popolare alla cosa pubblica. Il popolo non ha ancora trovato il suo mezzo d’espressione nel nostro sistema democratico, dato per ammesso che gli atteggiamenti di massa sono pilotati da una dialettica politica di casta che per trent’anni si è dedicata esclusivamente a fare della gente il proprio pubblico sostenitore e settario. Si comprende come chiunque abbocchi all’amo di partecipazione indotta e guidata. Per questo motivo qualsiasi regime ha larghe possibilità di instaurarsi in qualsiasi paese dove i diritti civili non siano rispettati soprattutto dagli uomini politici. Quello che più sdegna è l’ipocrisia dei leader quando ripetono con la loro tipica perseveranza negli slogans che ogni popolo il governo che merita come dire che dopo aver cavato gli occhi a qualcuno, questi merita di cadere.

E che la gente sia stata plagiata è fuori di dubbio visto che si lascia coinvolgere e vittimizzare dal potere politico senza aver capito che proprio chi oggi è diventato paladino del legalitarismo soltanto perché è al potere ieri era rivoluzionario e per stoltezza rivoluzionaria ha creato valori fittizi contrastanti con le ragioni più profonde di un contesto sociale e che colui, il quale oggi si fa paladino in senso distorto dell’ordine è proprio chi per cecità politica e disonestà ha creato i presupposti del marasma attuale.

E che la gente sia cieca perché le sono stati cavati gli occhi è quanto mai evidente visto che continua a cadere vittima della demagogia e che si lascia fanatizzare fino a versare il proprio sangue anziché invocare i diritti costituzionali. Il far politica ancora oggi vuol dire saper creare nell’anima popolare un odio, o una paura, o un ideale, o un dovere. Non occorre affatto colpevolizzare la gente, tutt’altro, occorre convogliare e far confluire la sua istintualità delusa e repressa dopo aver installato nella sua mente certosinamente le motivazioni di comodo. Se ci si riesce, il gioco è fatto e qualsiasi argine sarà infranto, si vedrà la folla plaudire sotto uno storico balcone, delirare a programmi di sterminio, agitare un piccolo libro rosso, sfilare con disciplina in una piazza proletaria piena di missili e carri armati, o compiacersi dell’espansione del marcato nazionale non importa se a spese della miseria o della distruzione altrui. Quindi, la colpa più grave della nostra democrazia è la fanaticazzione politica orchestrata dai partiti, l’intimidazione ideologica e il settarismo dell’informazione.
Fa carico dell’operatività di tale violenza e prevaricazione le Istituzioni, perché è dalle istituzioni che il popolo si attende dal rispetto dei valori democratici. Non esiste ne esisterà mai una impostazione politica e filosofica che sanerà ogni ingiustizia e che ci salverà dalla violenza, anzi, al contrario qualsiasi ideologia che si creda depositaria della verità non può e non potrà realizzarsi che apprezzo di vite umane e di mortificazione umana.

Finché impererà la violenza ideologica non ci sarà libertà d’opinione, e se non c’è libertà d’opinione, non ci sarà democrazia.