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Innovazione, Reti di impresa, Territorio. Chi vuole la restaurazione?

(A firma di Antonio Cappelli, Direttore Confindustria L’Aquila) –

L’imprenditore soffre un atavico senso di solitudine che ha cercato di colmare con i Distretti, poi con i Poli di Innovazione e quindi con le Reti di impresa.
Per stare insieme.
Ed ha ragione, perché qualunque strategia si costruisca a tavolino, il problema rimane uno solo: deve produrre almeno per tre, se vuole competere, ma sarebbe comunque perdente per tutti i motivi che già sappiamo (costo energia, materie prime, salute, sicurezza, rispetto dell’ambiente…).
Ci vorrebbero grandi investimenti in conoscenza e dintorni, o meglio sui moltiplicatori della conoscenza che consentono un minor costo dopo il primo uso, ma noi veniamo da una storia in cui la conoscenza la mettevano un pò l’imprenditore, un pò quelli bravi in azienda, un pò la si prendeva dall’ambiente circostante copiando il copiabile, avvalendosi di servizi e relazioni già costruite, lavorando con la P.A. di casa propria eccetera.
Insomma, oltre a non avere disponibilità, non abbiamo la cultura dell’investimento (molte aziende, per es., non fanno formazione perché costa, e preferiscono tirare avanti e pagare anche le sanzioni previste per i mancati adeguamenti).
Insomma, dovremmo investire di più ma, soprattutto, rischiare molto di più.
E come si può chiedere all’imprenditore di triplicare la produzione, raddoppiare l’investimento, esporsi ancora e ancora sul rischio? Non c’è Polo o Rete capace di permettere tanto.
A meno che… non si allarghi l’orizzonte e non si spalmi tutto questo sull’intero Territorio.
L’attività economica esercitata da un’impresa ricade interamente sull’ambiente circostante: sui lavoratori, sull’ambiente, sulla qualità e sul tenore di vita, sulla salute, su ogni cosa..
Ma poiché siamo nati e cresciuti con pochi investimenti, e siamo convinti di poter continuare, c’è bisogno di una grande rivoluzione, e non c’è margine di scelta: o si cambia o si muore. Ebbene, l’unico modo con il quale un imprenditore può aumentare gli investimenti e la capacità di rischio, pur non avendone a sufficienza, è spalmare questi fattori su tutti i personaggi che agiscono sulla scena: lavoratori, fornitori, committenti, banche, Amministrazione Finanziaria … Territorio.
Insomma, un sistema di gestione del rischio secondo le modalità diverse rispetto a quanto fatto fino ad oggi.
Vediamo uno per uno questi attori, almeno i protagonisti, non senza immaginare la rivoluzione che ne discenderebbe sulle relazioni industriali, politico – amministrative, fiscali… sì da comprendere perché l’economia è statica e di chi è l’interesse affinché essa ci resti.
Un lavoratore costa tre volte di più di un lavoratore cinese, quindi, deve produrre tre volte di più per assicurasi il proprio reddito.
Ma può produrre di più solo se investe sulla sua professionalità, dunque sulla sua conoscenza: ciò facendo, come già in molti fanno, assume il rischio di impresa perché non sa in che direzione sta andando, se sta investendo bene o male.
Nessuno può dirlo: poiché nessuno conosce il mondo di domani. Dunque, sta facendo qualcosa a rischio. Fino ad oggi abbiamo investito solo sulla scuola (anche se la scolarizzazione italiana rappresenta il tasso più basso d’Europa), finita la quale si ritiene finito l’investimento, e, invece, bisogna qualificarsi sempre, in continuazione per competere col basso costo cinese.
Ecco, che il lavoratore diventa imprenditore di se stesso.
L’Amministrazione Finanziaria deve assumere la sua parte di rischio: è giusto che se c’è un buon raccolto ci sia pane per tutti, e che, se il raccolto va male, si faccia economia tutti.
Non si può pensare che le tasse da pagare siano uguali ogni anno, devono fluttuare con il fluttuare del lavoro: se si lavora di più si pagano più tasse, se si lavora meno si pagano meno tasse. Ma gli Studi di Settore non sono fatti con questi parametri e vanno cambiati: sono strutturati per ere diverse dalla nostra, epoche in cui l’instabilità era un’eccezione, oggi, invece, l’instabilità è la regola, è la nuova forma dell’economia.
Viviamo in un mondo instabile, a rischio, e dobbiamo organizzarci in base a questo, non litigare tra categorie sociali, perché non solo non cambieremo l’era economica ma, al contrario, ci annulliamo gli uni con gli altri. La filiera di oggi è quella nella quale ciascuno è consapevole che un anno va bene per tutti e un anno va male per tutti, Amministrazione Finanziaria compresa.
Politici e Pubblica Amministrazione. Si dice spesso che l’unica categoria che non conosce crisi è quella dei politici: hanno uno standard garantito qualunque cosa accada. Anche questo è un assunto che crollerebbe portando via con sé i politici inetti e fannulloni con tutte le beghe e le fantastrategie concepite per la manipolazione e il consenso anziché per l’interesse generale, i pubblici impiegati sfaticati e non motivati. Se il loro stipendio fosse il primo a fluttuare allora si che si impegnerebbero per il buon andamento, altro che leggi elettorali, sistemi di riparto e tutte le altre sfacciate menzogne.
Banche e capitale di rischio.
In Italia moltissime aziende soffrono di “nanismo” in quanto sono sottocapitalizzate mentre la consistenza del capitale dovrebbe essere molto più elevata.
Non si può contare sugli investitori che, tranne i casi delle grandi operazioni, non vanno a cercare tra le piccole aziende per vedere quale è un’eccellenza, un affare, e quale no: solo per gestire l’istruttoria spenderebbero il capitale da prestare/investire.
Dunque, i portatori di capitale di rischio possono essere soltanto quelli che già conoscono l’azienda, cioè “quelli di prima”: soci, manager, lavoratori, committenti, fornitori, banca… e qui bisogna fermarsi a riflettere su come cambiare, e cosa pretendere che faccia il Sistema Bancario.
Le Banche sono imprese, dunque, devono guadagnare. Ma a differenza delle altre imprese si muovono solo su un fronte, quello del credito: se vanno male lì vanno male su tutto; l’impresa, invece, fa molte operazioni su fronti diversi e può ripianare con un capitolo un altro andato male. Da qui discende che la “Banca” è molto più cauta dell’impresa, perché se investe in capitale di rischio e non ha buon esito, perde tutto, se ha buon esito guadagna solo una percentuale.
E questo è il motivo per il quale le banche investono poco sui progetti innovativi.
Ora, poiché la Borsa in Italia non fa il suo mestiere, e le banche si fermano ad intermediare il risparmio nazionale, dobbiamo fare in modo che siano vincolate a conferire sotto forma di capitale di rischio una parte del risparmio nazionale raccolto. Allo scopo si potrebbero costruire strutture ad hoc che consentano di finanziare molte aziende, di conoscere molti settori, magari di sceglierne alcuni. Le forme sono da studiare, magari potrebbero essere adatte semplici strutture intermediarie tra la banca e l’impresa.
Purtroppo, oggi il credito industriale è stato dismesso e si pratica solo tra grandi imprese e grandi banche, ma non laddove realmente è più utile, cioè sul grande numero delle piccole imprese.
Dunque, ora si intende di quale portata sia il cambiamento: una rivoluzione senza precedenti, la prima pacifica, come si addice al terzo millennio.
Ma chi vuole lasciare la posizione di rendita o di privilegio a vantaggio dell’intero sistema?
I politici? Cero che no.
I sindacati? Non avrebbero più argomenti per nessuno, visto che nelle relazioni industriali del nuovo mondo, forse, il famigerato art. 18 avrebbe valore pari a zero (tanto per inciso, almeno indicizziamo quel limite di 15 addetti che, ai tempi nostri, è di 40/50 unità!).
La P.A.? Neanche a pensarci, niente più stipendio fisso, timbra e fuggi, stanze vuote, telefoni che squillano a vuoto, pratiche ferme anni, mazzette, eccetera eccetera.
E’ più facile concentrarsi sulle microrazionalizzazioni in corso di attuazione (lunghezza delle pause, assenteismo, ferie, efficienza nella gestione quotidiana…): palliativi, pezze a colore che generano solo molto conflitto sociale e pochi guadagni. Matematicamente, un’equazione da cancellare.
Ma dal conflitto sociale nasce la conservazione dello status quo, delle posizioni acquisite, dei dibattiti, tg e comunicazione di massa a suon di destra e sinistra, come se esistessero ancora.
Tutto orientato, perché nessuno intraveda quello che è più semplice e che con semplicità ridistribuirebbe merito, consenso, ricchezza.
Con buona pace di tutti, e di un’informazione che faccia il suo mestiere invece che la sponda al saccheggio del patrimonio di Stato ed alla cronaca di tutti i colori offerta in pasto dai restauratori.