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Etica, non beneficenza – .

(A firma di Francesco Perrini) –

Il concetto di finanza etica non è ben chiaro e spesso essa viene considerata come una sorta beneficenza o semplice filantropia.
In realtà, la finanza etica, se da un lato cerca delle risposte alle conseguenze non economiche dello sviluppo, dall’altro è un’attività economicamente vitale di gestione dell’investimento di capitale e di risparmio. Infatti, lo strumento finanziario etico è, in una definizione convenzionale, l’offerta al sottoscrittore (risparmiatore o investitore) della garanzia di un uso del suo denaro equo e moralmente ineccepibile a livello di investimento o di utilizzo.
Le caratteristiche tecniche degli strumenti finanziari etici sono analoghe a quelle degli strumenti finanziari tradizionali in quanto la differenza si riscontra nell’intenzione diversa dei risparmiatori o investitori e nell’ascolto o accoglienza offerte dalle società promotrici a queste esigenze.
Fare investimenti in Corporate Social Responsibility (CSR) è più costoso all’inizio, ma nel lungo periodo gli investimenti vengono premiati e questo vale sia per PMI che per aziende quotate. In questo senso si può capire l’importanza che ha l’etica per un’azienda che ora voglia investire nel futuro.
Attualmente negli Usa gli investimenti in imprese socialmente responsabili ammontano a 2.000 miliardi di dollari. In Europa si attestano su 500 miliardi di euro, di cui poco più di 3 in Italia. Sempre in Europa, i fondi etici sono circa 450 e il numero è in continuo aumento, così come gli indici etici (KLD, Dj sustainability indexes, Ecpi ecc). Secondo i dati, mentre il risparmio gestito continua a perdere quote, il comparto della finanza etica cresce a ritmi annui frenetici (per Eurosif, in Europa la crescita composta annua è del 42% negli ultimi anni). Inoltre, i rendimenti sono uguali o migliori rispetto ai settori tradizionali, su orizzonti temporali pluriennali, anche se i risultati non possono considerarsi definitivi, dato che il movimento non ha ancora superato i 10-15 anni e mancano dati di lungo periodo.
Dopo la serie di eventi che hanno caratterizzato gli ultimi anni, l’indebolimento delle borse in seguito all’11 settembre 2001, la crisi economica dell’Argentina, il crack di grosse società (Enron negli USA e Cirio in Italia, solo per citare qualche esempio), la recente crisi finanziaria, finanza etica e CSR trovano ancora più significato in quanto riportano gli attori finanziari a svolgere la propria funzione originaria di garanti del risparmio, di operatori che sostengono lo sviluppo dell’economia reale, evitando gli impieghi puramente speculativi.
Così si supera l’idea che sia necessario un ritorno economico immediato (shortermismo), puntando all’investimento in capitale umano, sociale e ambientale e andando oltre il conflitto d’interesse che oppone gli azionisti agli stakeholder nell’ottica del primato dei primi sui secondi.
Ovviamente il percorso è ancora lungo, ma il potenziale positivo di queste scelte verrà compreso dalle imprese e dagli stakeholder, come già si può vedere dai forti segnali sul mercato dati dai soggetti che già hanno intrapreso questa strada e dal sostegno che le istituzioni stanno offrendo in questo campo.