(di Diego Vitali) –

Per un ragazzo che, come me, è nato nel 1984, il tema della disoccupazione giovanile avrà sempre un retrogusto molto familiare.
Assieme ai ragazzi della mia generazione, infatti, ho vissuto da spettatore passivo alcune delle più grandi (e forse poco riuscite) manovre che hanno riguardato il mondo del lavoro e quello dell’istruzione: dalla riforma universitaria del 3+2 alla proliferazione degli stage, dal consolidamento del precariato alla moltiplicazione incontrollata di corsi di laurea poco spendibili.
La combinazione letale tra una delle più grosse crisi economiche che la storia ricordi e un sistema universitario forse ancora troppo lontano dal mondo del lavoro ha originato un dato choccante che è stato fotografato di recente dall’Istat: il 39,5% dei giovani italiani è senza un lavoro, quasi 4 ragazzi su dieci.
Purtroppo, l’assenza di offerta di lavoro è una ferita che lacera non solo il mondo dei giovani, bensì l’intero tessuto sociale del Paese: sempre secondo l’Istat, in Italia il 12% della popolazione non è messo in condizione di svolgere alcuna professione.
Un esercito di oltre 7 milioni di persone che non può godere di uno stipendio.
Sarebbe troppo facile incolpare il politico di turno o puntare il dito contro i capitani d’impresa che inseguono affannosamente all’Estero un costo del lavoro sempre più basso.
L’aspetto su cui vorrei essere rassicurato, invece, è che i nostri rappresentanti stiano adottando tutte le strategie politico-economiche necessarie per garantire al nostro Paese l’inizio di una nuova fase, un ciclo in cui lo Stato facilita e non ostacola l’occupazione.
In tal senso, continuando ad occuparmi del delicato rapporto esistente tra energia e ambiente, ho tirato un sospiro di sollievo quando ho letto che il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero dell’Ambiente hanno improntato la politica energetica del Paese sull’obiettivo di fare leva anche sulle significative riserve di gas e petrolio che l’Italia vanta, in considerazione dei “benefici in termini occupazionali e di crescita economica”. In termini di obiettivi quantitativi, i due dicasteri si attendono al 2020 di mobilitare investimenti per circa 15 miliardi che andranno a generare quasi 25.000 posti di lavoro.
Un buon inizio, che certamente non va a soddisfare l’eccessiva domanda di lavoro giacente in Italia ma che almeno punta i riflettori su uno tra i settori più redditizi in termini di occupazione e di investimenti.
A riprova di questa correlazione, il forte legame tra investimenti nell’industria energetica e aumento della manodopera è stato fotografato anche dalla relazione di Confindustria Chieti relativa allo sviluppo di progetti per l’estrazione di idrocarburi in Abruzzo. Secondo quanto rilevato dal Dipartimento di Ingegneria Industriale, dell’Informazione e di Economia dell’Università dell’Aquila, nel caso venissero accolte tutte le richieste di ricerca di idrocarburi che interessano il territorio abruzzese, si andrebbe ad originare un’occupazione aggiuntiva di almeno 800 nuove unità, oltre al consolidamento del considerevole tessuto produttivo già esistente.
In Abruzzo, infatti, il numero dei dipendenti complessivi del “sistema del valore degli idrocarburi” conta circa 5.000 unità, di cui circa il 20% è in possesso di un titolo di studio accademico, vale a dire 1.000 laureati.
Di queste mille persone, circa il 30% è in possesso di un titolo accademico conseguito presso uno dei tre atenei abruzzesi (circa 300 laureati).
Questi dati confermano quanto sia importante che lo Stato continui a supportare quei settori strategici, come quello energetico, in grado di catalizzare investimenti esteri importanti e in cui l’Italia “vanta delle notevoli competenze riconosciute”, come ricorda il testo della SEN.

C’è una moltitudine di ragazzi affamati di lavoro che non aspetta altro che una possibilità. Non facciamoli attendere ancora, ne va della ripresa del nostro Paese.