(di Antonio Cappelli, Direttore Confindustria L’Aquila) –

Pochi mesi fa il gruppo Siemens Italia ha
modificato la sua organizzazione a livello
mondiale, inaugurando a fianco delle
sue 3 aree tradizionali di business
(energia, industria, helthcare) una
quarta, che se vogliamo è una
ristrutturazione interna ma che indica un
preciso trend, specificamente dedicata a
“Infrastructure & Cities”.
Si tratta della risposta organizzativa di una grande
azienda agli studi sui megatrend, i quali
ci dicono da tempo che crescono
l’inurbamento delle popolazioni, il loro
invecchiamento e la domanda di
benessere eco-sostenibile. “Oggi più
della metà della popolazione mondiale
vive in città ed entro i prossimi 20 anni la
percentuale salirà al 60%” ha ricordato
l’AD Federico Golla, spiegando alla
stampa che “In risposta a questa crescita
le città di tutto il mondo, comprese quelle
italiane, dovranno investire consistenti
risorse economiche nell’ampliamento
delle proprie infrastrutture”.
E’ una
tendenza che vediamo già in atto in
Europa, promossa dalle politiche
comunitarie nonostante l’apparente
contraddizione con la congiuntura della
crisi mondiale e specificamente dei
debiti pubblici europei.
Ci sono ipotesi di
partecipazione pubblico/privato,
coinvolgimenti di gruppi bancari, studi su
progetti che si autofinanzierebbero (il
risparmio energetico degli edifici
pubblici) e via dicendo, ma insomma
pare sempre più chiaro che la via dello
sviluppo passa dall’ammodernamento
delle medie città europee.
La questione
è tanto più interessante se si pensa che
la “green economy” è oggi uno dei pochi
settori trainanti dell’economia.
Anche nei
momenti più duri della crisi, come
dimostrano i dati del 2° Osservatorio
congiunturale sulla piccola impresa
green in Italia (realizzato da Fondazione
Impresa su un campione di ca 400 PI
operanti nel settore delle energie alternative, della protezione dell’ambiente, della certificazione e
consulenza ambientale e del riciclaggio
dei rifiuti), nel 2° semestre 2011 le PI
green italiane hanno retto alla
recessione con performances migliori
delle altre sia in termini di produzione
che di fatturato e di ordini, e per il primo
semestre 2012 si prevedono andamenti
positivi – soprattutto per l’export e
l’occupazione.
Veniamo a casa nostra, L’Aquila,
Abruzzo.
Siamo arrivati ormai al terzo
anniversario di quel 6 aprile del 2009 che
ha bruscamente deviato le nostre vite.
Siamo andati a dormire che era la
domenica delle Palme e tre anni dopo siamo ancora in attesa della “Resurrezione”, mentre le strade dove abbiamo vissuto e lavorato e studiato
sono ridotte a paesaggio spettrale, popolato da piante infestanti,
attraversato da sporadici gatti a caccia di
ratti, fiancheggiato ovunque dai sepolcri imbiancati dalla polvere dall’abbandono che furono le nostre case (le avevamo appena ristrutturate,
arredate, abbellite coi vasi di fiori).
Mentre il tessuto sociale ed economico
intorno cerca faticosamente di
riorganizzarsi o anche solo di
sopravvivere.

Si parla molto di ricostruzione, all’Aquila.
Da tre anni si parla quasi solo di quello.
Troppo, ma forse non ancora abbastanza.
L’ultimo contributo è venuto dallo studio, promosso dalle organizzazioni regionali e provinciali di Confindustria, CGIL, CISL e UIL
nell’ambito del progetto “Verso il 2030 –
Sulle ali dell’Aquila”, affidato organizzato
all’OCSE ed all’Università di Groningen,
in Olanda.
Su questo Progetto ritengo vada fatta un
po’ di chiarezza perché, complice anche
il momento elettorale, ognuno lo ha
immaginato e sognato secondo il suo
punto di vista e secondo i propri “desiderata”

L’idea è partita nell’autunno del 2010 quando,
discutendo fra le organizzazioni
regionali e provinciali di Confindustria,
CGIL, Cisl e Uil in merito alla
destinazione di un fondo (oltre 7 milioni
di euro) raccolto, a seguito del sisma del
6 aprile 2009, grazie alla solidarietà nei
confronti dell’Aquila di Imprese e
Lavoratori, si decise di destinarne una
piccola parte ad un Progetto di ricerca di
alto livello mirato alla rinascita dei
territori così duramente colpiti,
destinando il resto a finanziamenti di
progetti (ne sono stati individuati ben
sette) di ricerca ed innovazione che
fossero stati in grado di garantire, a
L’Aquila ed ai Comuni del cratere,
sviluppo ed occupazione.
Il progetto “Verso il 2030 – Sulle ali dell’Aquila”, che si sposava perfettamente con un progetto cui
stavano già lavorando la DPS del MISE e
l’OCSE, fu messo a punto con la
preziosa collaborazione del Dott.
Fabrizio Barca, allora alto Dirigente del
MEF, e si decise di affidarne tutta la
parte operativa al Prof. Phil McCann,
dell’Università di Groningen, che
selezionò un gruppo di ricercatori di altissimo livello professionale, provenienti dalle Università di tutto il mondo.
Lo scopo del Progetto è quello, dopo una
prima fase di studio del territorio e di un
approfondito ascolto dei principali
Stakeholders e della cittadinanza, di
fornire proposte per facilitare la
predisposizione di un piano di sviluppo
locale a lungo termine che incoraggi la
costruzione di una regione Europea
robusta, formata dall’esperienza di una
transizione bloccata e che ha visto il suo
Capoluogo colpito da un forte shock,
ragionando a fondo sulle scelte
strategiche collettive da attuare e
disegnando gli strumenti più efficienti per
realizzarle.
Le stesse proposte potranno essere
funzionali alla costruzione di modelli di
policy da utilizzare nei casi di shock che
potrebbero, malauguratamente, colpire
le regioni d’Italia, d’Europa e del Mondo
con caratteristiche simili alla nostra, e
per fornire importanti lezioni sulle
strategie da adottare per superare in
modo robusto e definitivo quanto
accaduto.
La presentazione finale dei risultati del
Progetto è, comunque, prevista entro la
fine del corrente anno.
I risultati di quanto previsto dalla prima
fase sono stati presentati ad Assergi lo
scorso 17 marzo, in un incontro aperto
alla cittadinanza.
Un’occasione
speciale, importante per l’autorevolezza
degli organismi e delle personalità
intervenute, per la fiera partecipazione
degli aquilani (ancorché amareggiati, in
parte delusi, a volte scoraggiati, sempre
combattivi) e per la forte sensazione di
essere per una volta uniti in cerca di
soluzioni condivise, per uscire
dall’arretratezza e cercare la via di un
nuovo sviluppo per il territorio, una vera
rinascita per la città e il suo
comprensorio.
C’erano le imprese, i sindacati, i cittadini,
le istituzioni.
Erano inoltre state invitate e
sono intervenute più di 300 persone in
rappresentanza del governo e delle
istituzioni locali, inclusi il presidente della
Regione Gianni Chiodi e il sindaco
dell’Aquila Massimo Cialente, il Ministro
Fabrizio Barca e illustri professori ed
esperti italiani e stranieri. C’erano altri
due Ministri dell’attuale Governo
(Francesco Profumo – Ricerca,
Educazione e Innovazione, e Anna
Maria Cancellieri – Interni) e alla fine è
arrivato perfino il Presidente del
Consiglio dei Ministri, il Capo del
Governo, Mario Monti. Perché tanto
interesse? Perché L’Aquila potrebbe
essere un banco di prova della spinta
alla modernizzazione delle città
europee, un banco di prova a costi
limitati e potenzialmente attrattivo nei
confronti degli investitori europei.
Ed è
qui che il discorso si ricollega ai temi
della “green economy” (e della “green
tech”, volendo) e alle recenti scelte del
management della Siemens cui si
accennava prima.
L’interessante documento, presentato il
17 marzo ad Assergi dal gruppo di
ricerca OCSE-Università di Groningen (e disponibile sul sito www.confindustria.aq.it ), intitolato “Rendere le regioni più forti in seguito a
un disastro naturale” ha dato il via alla
discussione. Esperti da tutto il mondo
(Giappone, Nuova Zelanda, Turchia e
Stati Uniti) hanno condiviso i risultati
delle loro esperienze di lavoro e di studio
sulle strategie per la rinascita economica
e sociale di regioni che hanno subito
gravi crisi a seguito di calamità naturali.
L’area aquilana è entrata in questa rete
di regioni “ferite” e per questo è stata
fatto oggetto di studio da parte
dell’OCSE (il Report sarà disponibile a
dicembre di quest’anno). Lo scopo è
quello di individuare delle strategie, di
stabilire le priorità e in base a queste
additare possibili strategie politiche,
suggerire delle pratiche concrete da
adottare da parte degli amministratori
locali e centrali.
Nello specifico, una delle proposte è
quella di far rientrare L’Aquila nel piano
Ue-OCSE per le c.d. “città intelligenti”
(quelle cioè “digitalizzate” ma anche
innovative ed “eco-sensibili” sul piano energetico, dei trasporti, dell’organizzazione del ciclo dei rifiuti e via dicendo).
L’Ue ha messo in campo
diversi miliardi di euro per convincere
almeno 30 città europee a diventare
“smart”, cioè “intelligenti” nel senso
prima accennato, entro il 2030. E lo
stesso sta facendo il Governo italiano. E’
un passaggio fondamentale, una voce
importante dell’agenda digitale europea,
su cui l’Unione investe molto. Una città
“intelligente” è quella che investe sul
futuro, cogliendo l’opportunità di
coniugare la rivoluzione urbana con quella digitale e la nuova consapevolezza ecologica con le risorse che appartengono alla società
dell’informazione moderna.
Insomma, è
una città che innova e lo fa non solo nel
rispetto dell’ambiente ma anzi nell’ottica
della sua valorizzazione.
E sono già
diverse le città europee e italiane (Torino,
Genova, Bari…) che cercano di
attrezzarsi per diventare “smart” e
prendere così questo “treno per il futuro”.
Per molti aspetti L’Aquila sarebbe il
laboratorio ideale della “smart city” così
configurata.

  1. perché deve essere ripensata dalle
    fondamenta, dai servizi essenziali;
  2. perché ha due vocazioni naturali,
    entrambe specifiche e che peraltro la
    caratterizzavano già prima del sisma: al
    turismo e alla ricerca universitaria;
  3. perché ha già messo in campo
    professionalità, valutazioni, studi e
    progetti utili allo scopo.

Certamente, l’impresa non è facile.
Il
primo scettico è stato proprio il sindaco
dell’Aquila, Massimo Cialente, che ha
messo in guardia dal rischio di
confondere sogni e illusioni e finire col
paralizzare definitivamente una
ricostruzione che già stenta a partire.
Nessuno come lui ha chiari i problemi
legati al tema e il dibattito è aperto. Ma
certo la proposta ha il merito di
individuare una Strategia, un piano, una
visuale dietro la ricostruzione. Utile a
ricostruire la città e contestualmente
pensare (o ri-pensare) al suo rilancio, in
chiave sociale, culturale ed economica.

Il forum di Assergi ha rinnovato un
dibattito destinato a durare: L’Aquila
com’era o come vogliamo che sia? (e
soprattutto: siamo capaci di volerla tutti
allo stesso modo?).
La strategia
individuata dal governo centrale sembra
quella del dialogo, dell’informazione e
della condivisione. Il dubbio vero, però,
rimane: saremo capaci di individuare – e
sostenere – una strategia “smart” di
ripresa e sviluppo del territorio aquilano?
Ai posteri la sentenza.