(di Gloria Capuano, giornalista di Pace) –

Me lo sono chiesto, non che sia una novità che a tutti risulti o dovrebbe risultare chiaro che sono quelli che l’informazione vuole che siano. Non per nulla esiste tutta una gerarchia consolidata su gli spazi riservati ai vari argomenti non solo su i giornali. La Tv? Questa invadente signora potrebbe offrire una maggiore varietà di scelta, a volte la si trova, troppe volte sono scelte etichettate. Scelte queste che non solo non servono ma deviano la già faticosa arrampicata degli utenti per afferrare il bandolo della matassa politico-sociale.
Basta tuffare la mano nell’enorme cesto dell’informazione che si può afferrare uno o più temi di maggiore interesse. Purtroppo spesso manipolati e politicamente finalizzati. Ma questa mano non è come dovrebbe essere quella dell’utente bensì quella di scelte apicali.
Ho sempre ritenuto che dovrebbero essere sufficienti le agenzie, di solito le grandi agenzie d’informazione, a ragguagliarci su tutti o quasi i temi tra i quali quelli che poi dalle varie testate si vogliono siano conosciuti su corsie preferenziali. Ma già le agenzie fanno una prima scrematura o/e su temi cruciali che andrebbero ininterrottamente seguiti viceversa seguono il ritmo della toccata e fuga. Per questo il quesito mi lascia in genere indifferente. E mi viene fatto di andare al luogo comune che l’informazione darebbe alla gente ciò che la gente vuole. E si guarda subito al fenomeno dello share, cioè al computo dei fruitori di un servizio televisivo. E già salta agli occhi la gestione degli orari, cioè degli spazi privilegiati. Insomma non se ne esce in alcun modo. Ma allora la democrazia?
Poniamo la recente sciagura abruzzese: quando udrò un filo-governativo muovere critiche costruttive o non, all’operato del PdL e qualcuno della sinistra al contrario elogiarne motivandolo il già fatto e il molto programmato, crederò nella democrazia.
Non dico che la democrazia sia ancora da nascere perché c’è di ben peggio, ritengo solo di poter condividere l’opinione che costituisca un lunghissimo percorso da coprire con non poca fatica.
Ed ecco la sciagura di Viareggio con i rituali fischi e insulti a Berlusconi (non senza i contrapposti applausi) mentre, oltre ai deceduti, corpi straziati giacciono in una estenuante sofferenza. Demoralizzante.
Ecco un tema per me molto interessante: la necessità d’innovare la terminologia democratica. Uno tra i termini incriminati è l’Opposizione. Se vogliamo la Pace, bisognerebbe abbandonare il criterio che una parte del Parlamento debba necessariamente in blocco opporsi all’operato del governo, ma piuttosto collaborare con esso mediante il dialogo. Le ragioni sono molte, la principale è, vivaddio, la emergente trasversalità essendo oggi la politica non più la più difficile delle arti, ma una ricerca etica, dunque bilancio coscienziale proprio dell’individuo. Altro termine incriminato è l’Eguaglianza. Ho tentato di spiegare allo stimatissimo Capo dello Stato Napolitano che occorre abbandonare l’idea espressa da questo termine, costituendo esso un evidente incentivo allo scontro sociale. Per fortuna è da tempo usata la dizione di pari opportunità che pur essendo anch’essa utopica – ma coltiviamola! – è l’idea dell’eguaglianza trasferita in una zona non necessariamente impostata sullo scontro frontale.
Intanto le spoglie di Michael Jackson esposte al pubblico mettendo in secondo piano le elezioni iraniane. Quindi folle in delirio per Michael da una parte, corpose partecipazioni di cittadini contestatari in Iran.
Ma esistono anche altri protagonismi mediatici miscelati tra accadimenti politici di tutto rispetto e banalità sconcertanti. Il tutto con il sottofondo sempre vincente della cronaca nera.
Idee, cioè riflessioni molto al di sopra di quelli chiamati approfondimenti, ancora troppo poche, o imbavagliate. Ciò che prevale con una monotonia ossessionante sono le indicazioni di quel che sarebbe necessario fare, ma di solito non supportato dal come poterlo reificare.
Per intanto mi chiedo che cosa motiva il delirio per Jackson e in quale misura lo si può mettere a confronto con altri tipi di sommovimenti di folle? Perché non chiedersi anche la ragione per la quale partecipazioni massicce della misura simile a quella per Michael non sono superate o almeno eguagliate da tutte quelle in difesa dei diritti umani di qualsiasi proporzione, sempre e dovunque? Si risponderà che sono eventi assolutamente imparagonabili. Sembra vero, ma in ogni caso non spiega e non dimostra l’assenza di una motivazione. Infatti, attendibile o non, io ci leggo nel caso di Jackson una fuga di massa dalla realtà e un succedaneo alla ribellione e contestazione di piazza, per alcuni anche inconsapevole, contro i da sempre calpestati diritti umani in modo più o meno grave un pò ovunque. (Certamente giocano anche l’effetto trascinante della musica, il piacere dei giovani di fare massa solidale e purtroppo il sordido calcolo dell’incremento di valore dei cimeli catturati).
In un ambito musicale e fortemente anarchico della gestualità è possibile scaricare l’insofferenza a ogni tipo d’oppressione e relative infelicità. Non per nulla in certe piaghe fondamentaliste la musica, peggio se come collante di moltitudini, è fuori legge. Dunque sempre meglio una democrazia imperfetta.
Ma tornando all’Informazione non mi pare affatto vero – come comunemente i giornalisti affermano – che essa sia costretta a dare al pubblico ciò che esso vuole, è vero il contrario, è l’Informazione ad aver formato insidiosamente il palato dell’utente a precise dipendenze, tra le quali primeggia quella dal gusto della violenza e/o dell’orrore. Non a caso gran parte del prodotto complessivo televisivo ci ammannisce omicidi, botte da orbi, crudeltà senza limiti e urla strazianti delle vittime oltre ai dibattiti su i processi di grido appassionatamente seguiti da un pubblico diviso tra innocentisti e colpevolisti.
La sciagura che diventa spettacolo. Come è oramai spettacolo e non sport una partita di calcio.
Né a dire il vero posso dire che mi fosse molto piaciuto Paolo Mieli quando, con il suo solito tono suadente e rassicurante, ebbe a dire sull’argomento che l’Informazione fotografa la realtà e che la realtà senza mezzi termini è violenta. Bravo Mieli, di quale realtà non ha precisato, di quella animale o di quella dell’uomo?
Forse non opera questa distinzione – legittimo – ma allora sarebbe stato più incisivo che avesse detto di non credere all’evoluzione. E qui innestiamo il freno per non allargarci troppo, ma anche la retromarcia.
Vuole il caso per l’appunto ch’io stia leggendo con compenetrato stupore, nelle poche pause quotidiane, “Cesare”, una biografia di cui è autore Eberhard Horst, corredata da una imponente bibliografia. Mi trovo tra la meraviglia e la conferma di mie vecchie convinzioni (oltre tutto a gradita considerazione della funzione tampone di quel fisiologico analfabetismo di ritorno che insorge prima o poi in tutti fatti salvi ben pochi). Dalla lettura mi residua la netta sensazione di trovami in piena attualità. Sì, mi pare che tutto sia attuale, ripetitivo, che nulla sia cambiato nel dinamismo socio-politico del nostro Paese (e forse sarà così anche in molti se non tutti gli altri Paesi). Rivalità carrieristiche, intrighi d’ogni tipo, opportunismo, disinvolto cambio di casacca, la guerra – specie di conquista – fiore all’occhiello della classe elitaria, lotte intestine con cinismo e crudeltà senza limiti. La guerra però presenta un fondamentale divario perché grazie alla democrazia, (ma non solo, si pensi al terrorismo), ora i leaders stanno a casa e in guerra ci mandano la carne da cannone, così chiamava i suoi soldati Napoleone. La corruzione era quasi la norma, come ora, e anche la spietatezza nei confronti del nemico. Né mancavano i progressisti, i tribuni del popolo, all’inizio investiti di un potere riconosciuto in Senato (potere poi annullato da Silla, ma in seguito ripristinato da Pompeo, non siamo ancora giunti a Cesare).Questa dei tribuni del popolo mi ha dato la misura di quanto fosse avanzata quella civiltà, peccato però che anche in essa spesso aleggiasse la piaga della corruzione e dell’ambizione politica. Non potendo dilungarmi passo solo a immaginare l’interrogativo più ovvio del lettore, “ma allora c’era la schiavitù”.
Sono anni che vado dicendo che la schiavitù esiste oggi più che mai, e che anzi non presenta i vantaggi che erano quanto mai frequenti a quel tempo. Oggi sono da considerarsi schiavi con poche speranze di riscatto e quasi nessuna di personale valorizzazione gran parte dell’universo femminile (già afflitta dalla piaga dell’infanzia abusata), il lavoratore sfruttato, il cittadino privato dei principali diritti umani e civili o senza protezione per l’assenza o l’insufficienza di strumenti di difesa in tutti gli ambiti civili e burocratici, Infine tutto il mondo è schiavo di una mal applicata o ideata o distribuita o dannosa tecnologia cinicamente in eguale misura al servizio del bene come del lucro o/e della guerra.
C’era però nell’antica Roma un carattere che la rendeva nobile e civile: l’esigenza della sovranità della legge. Il diritto e la legalità erano in cima ad ogni altro valore. Oggi dovremmo da tempo aver realizzato questo valore ma, ne siamo certi?
Chiusa la digressione provo a rispondere all’interrogativo iniziale su i temi di maggiore interesse. Oltre a ripetere che sono quelli più insistiti dall’Informazione, sono anche quelli che toccano direttamente, ciò che è umanamente più che comprensibile.
Sarebbe però bene non dimenticare mai che il futuro è il presente di domani e che purtroppo ha un costo. In tutto questo vedo affiorare in me un certo scetticismo per le masse, mentre provo molta fiducia nell’individuo, il quale però durerà molta fatica a far conoscere le sue idee, se mai ci riuscirà. Mi sono convinta che nella storia dell’umanità le persone di valore misconosciute, quando non derubate della loro creatività, superino quelle ufficializzate.
Termina il G.8. Si resta perplessi: l’intenzione, la tenacia, l’alacrità e la creatività del Presidente del Consiglio, i metodi derivati anche dal suo antico mestiere, suggeriscono il più completo apprezzamento. Ciò che turba è il taglio dell’avvenimento che è quello solito, quello del privilegio che contraddistingue la nostra civiltà cui nessuno sfugge salvo a produrre soluzioni restrittive dal punto di vista dei diritti umani, quindi incivili come le dittature e le società teocratiche.
La sciagura abruzzese quale prodotto da promuovere su scala internazionale. Nulla sfugge al primato della finanza dalla quale è dipendente l’economia (dovendo essere l’inverso) e alla generosità dei Prìncipi. Ma non vorrei essere fraintesa, non è una malattia occidentale, è derivato storico, commercio e guerre sono sempre andate a braccetto, altalenandosi a seconda dei periodi. Del resto Cristo e S.Francesco riuscirebbero oggi a sfamare tutta l’umanità? L’ascesi sfama solo i santi e i mistici non i popoli.(Mi rendo conto della banalità non di quel che ho ora detto ma per il come l’ho detto senza poterlo spiegare, che avrà scandalizzato più di qualcuno e mi scuso).
Concludo osservando che il G8 ha espresso le migliori delle intenzioni, me ne compiaccio. Però non le ritengo sufficienti perché non credo possibile a un pugno di persone realizzare alcunché senza la partecipazione consapevole delle moltitudini. Non ne faccio una questione di giustizia, ma di realismo; se la gente dell’intero globo, persona per persona, non metabolizza e non fa propria la priorità della Pace su qualsiasi altro valore o interesse o appetito o tradizione o costume o anche legittima esigenza o legittimi diritti, i cosiddetti grandi della terra messi alle strette non potranno rinunciare ai propri eserciti o ai propri mercenari o ai propri sedicenti martiri o ai propri autentici eroi.
Quindi se è vero che mi muovo da una base di sconfortante scetticismo (rivado allo statico parallelo con l’antica Roma) è parimenti vero che è forte la mia speranza nel futuro perché di diverso oggi è a nostra disposizione uno strumento di grande potere e potenzialità: la Comunicazione nella molteplicità delle sue espressioni.
Ma quale Comunicazione? Non certo quella comune cui siamo adusi. Si tratterà di particolari Comunicatori preparati in una scienza inedita: Scienza di Strategia della Pace.
Da qui il mio Giornalismo di Pace a lato del lavoro dei vertici del mondo. Giornalismo fatto di vera e profonda cultura, dai tempi lunghissimi, teso a tradursi in tutti i linguaggi (intendo i significati) di tutte le diversità, con un unico denominatore comune, il rispetto dei diritti umani, questi sì eguali per tutti.